See the Life. It’s a Moving Scenario
febbraio 27th, 2010 § Lascia un commento
Lo scorrere di un fiume (tra i più grandi del mondo) e la potenza di una cascata (tra le più imponenti del mondo) sono la linea di unione delle immagini alle pareti. Ma non sono né l’acqua, né gli elementi della natura a fare da protagonisti: primi e incontrastati characters della mostra di Alec Soth sono gli uomini, presenti magari solo come citazione.
Le immagini proposte alla Triennale di Milano mostrano purezza e lucidità di visione attraverso una tecnica fotografica pulita, essenziale dove il soggetto sembra ripreso come oltre un vetro che definisce il dettaglio, ogni dettaglio. Soth, coinvolto in prima persona nell’allestimento della sua personale milanese, allestisce una mostra di grandi formati dove dal singolo personaggio immortalato alla visione di paesaggio più ampia ogni elemento è precisissimo e costituisce l’affermazione della ricerca della verità: come impegnato in una ricerca documetnaristica, l’artista riproduce quello che si trova davanti agli occhi attraverso una riproduzione il più dettagliata e precisa che gli riesce.
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Polka dots, and…orbits
febbraio 15th, 2010 § Lascia un commento

Due donne protagoniste, a loro modo legate anche se per differenze, distanti e vicine insieme, hanno diviso il palcoscenico delle gallerie milanesi per poche settimane e questo ha permesso di accostarle anche se i profili, i punti di partenza e gli sviluppi del linguaggio non seguono gli stessi binari. Da una parte Yayoi Kusama (fino a ieri con una personale allestita al Padiglione di Arte Contemporanea), dall’altra Grazia Toderi da Giò Marconi fino al 6 marzo.
L’impressione prima, superficiale e puramente visiva, permette di unire le due, che hanno scelto, seppure in modo molto differente e con finalità divergenti, il segno sinuoso del cerchio/ellisse- preciso e in alternanza sulla superficie tridimensionale per la prima, quasi una cornice ideale e più evanescente nelle opere della seconda – elemento di perfezione ordinata, quasi rassicurante, contenitore e decorazione. Da li poi è tutto un susseguirsi di digressioni.
“our understinding of the artwork is not fixed…”
febbraio 10th, 2010 § Lascia un commento
(our understanding of the artwork is not fixed)…but constantly changes*.
Surprising and amazing. Jan De Cook arrives in Milan next month. He will exhibit at Francesca Minini gallery, one of the “young” gallery I mostly appreciate in the city’s contermpoary art panorama. I found courageous the choices made every time. Not dull or expected. Not to mention the location and settings, modern, urban, different.
I hope to have soon enought time to write more about De Cook whose work seems to get inspiration from Ilya Kabakov and Marcel Broodthaers.
Jan De Cook, born in Brussels 34 year ago, was the second Belgian artist after Luc Tuymans to exhibit at the Tate Modern in London, and was the first one to show at MoMa, NY, in 2008. Here follows a video from that solo show.
* Jan De Cook, talking in occasion of the opening of his solo show at MoMa on January 23, 2008.
What’s beautiful? What’s form?
febbraio 4th, 2010 § Lascia un commento
Avevo in mente una discussione più profonda da affrontare motivata da alcune notizie lette questa mattina, ma poi nel ricercare tutta una diversa ispirazione (forse più divertente) sono incappata in un paio di video che mi hanno indicato una diverso perscorso di riflessione. Mi piace molto dell’arte conoscere le motivazioni e le spiegazioni che gli artisti fanno delle loro invenzioni. Non sempre sono interventi degni di nota, spesso troppo lunghi e poco incisivi. Ma non si contano i casi in cui anche poche parole possono fornire all’opera/esposizione una qualità della visione diversa. In questi casi, se in un primo momento l’oggetto guardato non sembra più di tanto interessante, subito acquista un bagliore nuovo che la rende particolare, magari si tratta solo di una luce debole, un faretto spot fisso su una inquadratura singola, ma efficace almeno per quel lato che illumina.
Il caso specifico che mi ha portato a queste considerazioni è legato a un breve video postato da Art21 relativo a una mostra datata 2006 del duo Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla alla Galerie Chantal Crousel di Parigi, una citazione semplice e forse per la sua estrema banalità, da rivalutare ogni volta che si affronta un opera. Nel caso specifico le forme in mostra sembrano non avere, a un primo sguardo, una forza espressiva ben chiara – al contrario di quanto sono, in genere, incisivi i loro progetti. Facile scambiarle per un gioco estetico di ripetizioni minimali. Però alcune delle frasi usate dai due nel seppur breve intervento, mi hanno portato a riconsiderare il senso di quei pieni e quei vuoti e a riscoprire anche per queste sculture di lamiere forate, un almanacco di possibilità interpretative. Intervenendo uno sul filo del discorso dell’altro il cardine del discorso ri-afferma il dubbio:
Who decides what’s beautiful? Who decides what’s form?
Una specie di invito alla apertura totale, alla libertà di pensiero e valutazione, a uscire dai propri schemi, dalle proprie cognizioni precostituite per aprirsi a nuovi orizzonti. L”ammissione di consapevolezza, insomma, che possono essere molteplici i punti di vista, non sempre e per forza tutti validi, per considerazioni su un oggetto-arte.
Mi piace chiudere con il video di una delle opere (a tratti irritante e fastidiosa) della prima personale olandese del sodalizio artistico Allora&Calzadilla, Never Mind That Noise You Heard del 2008, registrata allo Stedelijk Museum di Amsterdam: forti i contrasti (anche rispetto agli interventi alla Crousel!) e le dissonanze, ma totalizzante, l’impressione che attraverso la luce intermittente, il suono/rumore, lo spazio diventa un’esperienza completa – visiva ed emotiva, sensoriale e delle sensazioni. Una complessità sopraffacente.
Avere a che fare con un mondo che funziona a numeri e taglie (in genere sempre difficile trovare quella giuste!) è piacevole per una volta pensare che, volutamente, la regola diventa il “fuori scala” così che tutti, necessariamente diventate piccoli, sono costretti a vedere il mondo da un po’ più in basso.