La vita è un caos con poche oasi e qualche momento comico. W.A.

What’s beautiful? What’s form?

Pubblicato in choices da emmepi il febbraio 4, 2010

Avevo in mente una discussione più profonda da affrontare motivata da alcune notizie lette questa mattina, ma poi nel ricercare tutta una diversa ispirazione (forse più divertente) sono incappata in un paio di video che mi hanno indicato una diverso perscorso di riflessione. Mi piace molto dell’arte conoscere le motivazioni e le spiegazioni che gli artisti fanno delle loro invenzioni. Non sempre sono interventi degni di nota, spesso troppo lunghi e poco incisivi. Ma non si contano i casi in cui anche poche parole possono fornire all’opera/esposizione una qualità della visione diversa. In questi casi, se in un primo momento l’oggetto guardato non sembra più di tanto interessante, subito acquista un bagliore nuovo che la rende particolare, magari si tratta solo di una luce debole, un faretto spot fisso su una inquadratura singola, ma efficace almeno per quel lato che illumina.
Il caso specifico che mi ha portato a queste considerazioni è legato a un breve video postato da Art21 relativo a una mostra datata 2006 del duo Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla alla Galerie Chantal Crousel di Parigi, una citazione semplice e forse per la sua estrema banalità, da rivalutare ogni volta che si affronta un opera. Nel caso specifico le forme in mostra sembrano non avere, a un primo sguardo, una forza espressiva ben chiara – al contrario di quanto sono, in genere, incisivi i loro progetti. Facile scambiarle per un gioco estetico di ripetizioni minimali. Però alcune delle frasi usate dai due nel seppur breve intervento, mi hanno portato a riconsiderare il senso di quei pieni e quei vuoti e a riscoprire anche per queste sculture di lamiere forate, un almanacco di possibilità interpretative. Intervenendo uno sul filo del discorso dell’altro il cardine del discorso ri-afferma il dubbio:

Who decides what’s beautiful? Who decides what’s form?

Una specie di invito alla apertura totale, alla libertà di pensiero e valutazione, a uscire dai propri schemi, dalle proprie cognizioni precostituite per aprirsi a nuovi orizzonti. L”ammissione di consapevolezza, insomma, che possono essere molteplici i punti di vista, non sempre e per forza tutti validi, per considerazioni su un oggetto-arte.

Mi piace chiudere con il video di una delle opere (a tratti irritante e fastidiosa) della prima personale olandese del sodalizio artistico Allora&Calzadilla, Never Mind That Noise You Heard del 2008, registrata allo Stedelijk Museum di Amsterdam: forti i contrasti (anche rispetto agli interventi alla Crousel!) e le dissonanze, ma totalizzante, l’impressione che attraverso la luce intermittente, il suono/rumore, lo spazio diventa un’esperienza completa – visiva ed emotiva, sensoriale e delle sensazioni. Una complessità sopraffacente.

Tutti e nessuno

Pubblicato in getting about da emmepi il febbraio 1, 2010

Al Gran Palais di Parigi va in scena Christian Boltanski. Ed è un trionfo di evocazione, illusione, presenza e mancanza. Opera installata per Monumenta 2010, “Personnes” è un richiamo che parla di grandezza con la grandezza sia di dimensione che di emozione: i vestiti abbandonati sul pavimento di tutta la struttura ricordano e, in certo modo, nominano l’umanità – forse più quella passata che quella di oggi. A rendere ancora più drammatico l’effetto di questi cumuli di vestiti abbandonati in ordinati rettangoli a terra attorno a cui passeggiare, ci si mettono pure il ritmo profondo, insistente e molto eloquente di un battito cardiaco (suono a cui qualsiasi spettatore più contribuire andando a fare registrare il proprio suono cardiaco in una stanza apposita predisposta in loco) e una temperatura da camera mortuaria – i riscaldamenti sono stati appositamente staccati proprio per enfatizzare la dimensione sovra-umana/ultra-umana del progetto.

Al visitatore è proposto un tempo sospeso, fermato, congelato, dove l’unico accenno di scorrimento è quel rumore ritmato che però, ripetendosi molto simile a se stesso, non permette di definire un passaggio.

Buona visione.

Qui un’intervista all’artista raccolta da VernissageTv.

Personnes @ Monumenta 2010
Nave of the Grand Palais – Main entrance
Avenue Winston Churchill 75008 PARIS

“Children of a lesser God”, and others.

Pubblicato in choices da emmepi il gennaio 28, 2010

Ha aperto i battenti ieri una mostra particolare con protagonisti tre nomi che da soli già sarebbero in grado di attrarre stampa e curiosi. Se si mobilitano insieme, e soprattutto in un luogo altamente simbolico come il Foundling Museum (che raccoglie i “ricordi” del londinese Foundling Hospital – la prima casa per molti infanti abbandonati, che oggi vive come istituzione della memoria attraverso le collezioni di arte e degli oggetti raccolti nel corso dei secoli in un palazzo appositamente ristrutturato) il successo è garantito. E poi, onestamente, i pezzi firmati da Tracey Emin, Mat Collishaw e Paula Rego valgono davvero una visita.
Certo il luogo e le memorie che suscita possono dare una luce speciale ai pezzi che forse in un contesto diverso non avrebbero la stessa carica, ma l’arte è anche questo, e quindi l’esperienza totale, fatta anche dalle sale dove le opere sono esposte, per completarsi ha bisogno anche del luogo dove è ospitata.
La mia curiosità è partita dalle toccanti seppure brevi testimonianze dei tre pubblicate proprio ieri sulle pagine online del Guardian. È bastato un attimo ed è stato un colpo di fulmine. Mi ha colpito molto, più del pezzo in mostra, comunque interessante, il tono della testimonianza della Emin: ancora abituata alle immagini forti della tormentata artista, la pacatezza del suo intervento relativo alla speciale location della mostra (allestita fino a maggio) arricchiscono l’impressione generale data dal suo intervento.
Altrettanto forte, forse anche perché carico di una fascinazione per la violenza, la nascita, la durezza della vita, il confronto con il passato e, infine, la Morte – personificazione con cui la protagonista disegnata balla alla fine del racconto disegnato – l’installazione della Rego: pare di ritrovare, nella sua composizione, un sentore di terre e culture dove la magia, il legame madre-figlio, gli elementi estremi che diventano illusioni sono tutti aspetti della vita quotidiana. Non importa se una quotidianità ormai morta, o, meglio, scomparsa dal centro delle città, ma ancora presente nelle periferie.

Tra i tre personalmente trovo più coinvolgente, per gusto personale direi più che per altre valutazioni critiche, “Children of a Lesser God“, di Mat Collishaw. È ruvida l’immagine che propone, molto descrittiva ed evocativa ad un tempo, ma altrettanto schietta e contemporanea. I suoi personaggi vivono un equilibrio assodato, ciascuno ha il suo posto e lo occupa con una naturalità inaspettata. Del suo scatto convivono aggressività, violenza e senso di sopravvivenza, maestosità e decadenza. Il cane/lupo in primo piano ringhia: è il custode di una razza destinata alla grandezza (per quanto, a questo stadio, potenziale più che concreta o possibile). Come se si trattasse di una celebrazione postuma, in questa opera – che pure non è stata pensata per il Foundling – i due bambini addormentati potrebbero essere la metominia, il simbolo, il monumento per tutti quei piccoli che sono stati abbandonati e hanno trovato accoglienza e rifugio in un luogo ricco di ricordi, storie vere, racconti dimenticati.

Mat Collishaw, Tracey Emin & Paula Rego: At the Foundling
La mostra è aperta fino al 9 maggio 2010
presso la struttura-museo di Londra

Dossiers d’artistes-Milano(/Marseille)

Pubblicato in choices da emmepi il gennaio 25, 2010

Interessante esperienza quella che si sta compiendo tra Milano e Marsiglia tra l’inverno e la primavera di questo nuovo anno. In via Procaccini, sede di Careof, sono in mostra 14 artisti provenienti dal sud della Francia in una collettiva curata da Katia Anguelova che nella sua scelta compositiva ha preferito, o almeno così mi pare di leggere tra le opere in mostra, lasciare perdere temi su cui arrangiare le proposte espressive, per insistere invece sulle singole personalità, i tratti personali. Scelta azzeccata -parlando da spettatrice – anche quella di lasciare campo libero all’oggetto/quadro/disegno/scultura/installazione senza corredarle – se non attraverso il foglio esplicativo – di targhette, riferimenti e troppe parole. In questo modo lo spettatore (e mi proclamo spettatore io stessa in questo discorso) può approcciare il pezzo cercando di comprenderlo, o semplicemente facendosi incuriosire dal linguaggio, per poi, solo in secondo momento scopre i dettagli meno evidenti, sottintesi, allusi attraverso i brevi brani che spiegano gli intenti di ciascun artista. Certo si può anche seguire il processo inverso e partire dalle parole, ma è più affascinante, a mio parere, prendere il pezzo per quello che dice e poi scoprire la sua effettiva carica comunicativa.
Passato il primo momento di confusa scoperta, delle 14 proposte mi hanno colpito due ideazioni similari per linguaggio tecnico utilizzato eppure molto diverse nella resa e nel messaggio proposto.


Da una parte Frédéric Clavère* con i suoi mostri, le figure antropomorfe mescolate agli animali, ai ritratti dei personaggi che tracciano la cronaca contemporanea, agli elementi simbolici di oggi.


Dall’altra Gerald Panighi che riempie le pareti con i suoi abbozzi di fumetto, carte quasi consumate dal tempo seppure contenenti creazioni nuovissime, che lasciando l’immagine (si tratta magari di definizioni in immagini corredate da brevi frasi tracciate insieme in una stessa vignetta) contornata da tanto spazio bianco.

Con i 12 anni che anagraficamente li dividono, i due affrontano la tecnica con risultati differenti, ma in modo ugualmente incisivo. Il primo creando un “mondo pieno“, grande, burlone e burlesco, dissacrante, un po’ cattivo: castigatore di mali costumi, Clavère smitizza e ridimensiona grandi simbologie, miscelando in modo anomalo icone dal gusto pop e retrò, elementi della storia dell’arte o esotismi immateriali con elementi naturali.

Panighi pur raggiungendo la stessa incisività, ci arriva attraverso disegni più minuti, mescolati nelle tantissime carte appese, come fossero illustrazioni di discorsi articolati ma senza un preciso andamento (si è forse perso nel tempo che è trascorso?). Ciascuna carta è identificativa di una storia (o una porzione di storia) precisa, non solo accennata, ma identificata, chiarita anche attraverso le  frasi scritte nel foglio insieme alle linee disegnate.

* nella parte della sua produzione più grafica. Clavére accompagna ai disegni-collage installazioni e sculture in diversi materiali, pur prediligendo anche in opere più complesse, uno stile disegnato abbastanza riconoscibile.

Follow me! And Catch me if you can

Pubblicato in Art of Photography da emmepi il gennaio 19, 2010

Follow Me, di Wang Qingsong, 2003 (stampa digitale, 300 x 200 cm)


Torno una seconda volta sulla mostra di Palazzo Reale “Cina. Rinascimento contemporaneo”, ispirata dalla “riscoperta” di una sezione che mi ha incuriosita quasi fosse un libro di avventure per immagini.
Negli scatti dei fotografi cinesi contemporanei si trova grandezza e perfezione, grandiosità e introspezione, narrazione e simbolismo, quasi uno spaccato di cultura raccontato in maniera comprensibile per l’occhio che voglia leggerlo. Approfondendo un po’ la conoscenza dell’evoluzione di questo linguaggio espressivo scopro che la tradizione e i parametri di insegnamento del mezzo fotografico hanno limitato per certi aspetti la sperimentazione degli artisti contemporanei. Allo stesso tempo però questa “unica via” ha portato al definirsi di esempi originali espressi attraverso racconti diversi più che con usi mai visti del mezzo. È piuttosto evidente, comunque, una tendenza comune che mira alla perfezione di composizione, costruzione e ripresa del soggetto dovuta in gran parte a canoni di valutazione che calcolano il livello di raggiungimento di quella perfezione. Ma a mio avviso proprio la maniacale attenzione al dettaglio, all’elemento minuto pure nelle immagini da 2 metri per 3 diventa addirittura segno distintivo per spiegare e giustificare la ricerca di grandezza e la definizione degli scatti. Le dimensioni ampie sono, allora, sinonimi delle scelte visive degli artisti che puntano alla grandiosità, come avviene per esempio nelle panoramiche di Weng Fen (qui vista alla Shangai Biennale del 2003).
La difficoltà di riempire uno spazio enorme però, non è solo quella di ampliare al massimo la risoluzione della macchina (oggi facilmente superabile grazie alla sempre più basso costo di strumenti tecnologici avanzati), ma anche e soprattutto lo sforzo di riempire in modo significativo quello spazio. L’ispirazione può essere varia: si va dalla citazione composita ed erudita e spesso irriverente di Wang Qingsong, alle storie raccontate da Cui Xiuwen al che al limite dell’ossessivo ripete insistentemente le immagini di ragazzine dai tratti di porcellana ripetute e ri-prodotte in composizioni paesaggistiche perfette – sia che siano gigantesse con protesi futuristiche, oppure piccolissime studentesse sedute davanti a un altissimo muro rosso.
Oltre a queste versioni “narrative” per così dire, non mancano produzioni più evocative, come gli scatti di Huang Yan che fa dei corpi dei suoi modelli tele umane su cui dipingere (e poi fotografare) scene tradizionali; o Wang Ningde, i cui “personaggi” posano con gli occhi chiusi, quasi che fossero davanti all’obiettivo solo con il corpo, mentre lo spirito vola chissà dove, perso in quel sonno immobile.

Ovviamente non è tutto qui, ma possiamo iniziare a capirci di più di un modo di interpretare lo scatto fotografico, abbastanza lontano dal nostro, e ritrovarci un gusto e una attenzione minuziosa al dettaglio, mai lasciato al caso anche se impresso sulla pellicola, o più correttamente registrato in pixel da un meccanismo digitale.

“Colorfull galaxy”*

Pubblicato in getting about da emmepi il gennaio 16, 2010

Sarà una mostra da grande pubblico forse. Magari troppo “facile” per alcuni o troppo “difficile” secondo altri, ma ha del buono indubbiamente.
Mettici una mattina di gennaio – oggi -, il freddo e le fatiche della settimana ormai alla fine e noti che passare un ora o poco più a spasso ne “Cina. Rinacimento contemporaneo” può rallegrare. Si perché in fondo le opere in mostra sono colorate, ci sono tanti sorrisi (per quando forzati, dipinti sul bronzo colorato o modellati in fibra di vetro), si ridacchia molto, e, particolare da non sottovalutare, si intuisce il linguaggio utilizzato e si può azzardare la lettura dei messaggi raccolti insieme a Palazzo Reale (per quanto lontano e decisamente più profondo rispetto all’apparente superficialità dei soggetti delle opere).
Il progetto curatoriale della mostra prevede un percorso attraverso “settori”, ambiti più che temi presi come filo conduttore: non tanto una passeggiata dentro la storia recente del contemporaneo cinese seguendo un percorso cronologico, ma una carrellata di idee che viaggiano su tematiche, mezzi, idiomi comuni, paralleli e tutti a loro modo interessanti.

Visto che la struttura della cultura cinese è cresciuta a braccetto con le imposizioni del regime, si è verificato lì un ritardo nell’evoluzione della produzione artistica contemporanea tanto da identificare gli ultimi 20 anni come un’epoca di grande ricerca di affermazione, connotata da una (certa) maggiore libertà espressiva [termine da intendere entro certi parametri che non sempre corrispondono alle nostre definizioni...], trovandosi, per di più, a confrontarsi, scoprendole piano piano, con lezioni ingombranti cresciute passo passo nel corso di più di un secolo. Ecco allora il rischio, non modificabile, ma per certi aspetti anche ricercato, di incorrere in un deja-vù con i tratti orientali. Non conoscendo a fondo la storia dell’arte cinese, non posso dire se sia questa solo una lettura proposta attraverso i lavori di nomi diventati “importanti” nel nostro panorama artistico, o se invece queste siano davvero le tendenze che stanno scrivendo i capitoli dell’arte di oggi in Cina. Da quello che ho visto a Palazzo Reale, non posso negare che manchi un forte riferimento alla cultura occidentale (e giapponese, in particolare nelle espressioni delle “Cartoon generation”) importante e che modella molte delle scelte costruttive ed espressive, siano i riferimenti simbolici oppure semplicemente visivi (come le tele di Shi Xinning dove si mescolano icone americane del secolo scorso a personaggi alla figura di Mao preso in situazioni di vita mondana invece che impegnato in impegni ufficiali). Ma, ad ogni modo, se ne riesce a trovare una spiegazione, una ragione e, forse addirittura, una giustificazione. Senza contare, comunque, la grande tensione presente in molte opere che mirano ad affermarsi invece come testimonianza di una cultura artistica in crescita, protesa alal ricerca e alla affermazione di un suo percorso plasmato dalla riscoperta della propria frammentari identità.

Tra le sezioni della mostra sono tante le esperienze da scoprire e su cui soffermarsi e alle quali vorrei dedicare più spazio, dilungandomi più nel dettaglio, divagando anche oltre il dato oggettivo del perché della singola opera o del particolare progetto artistico presentato. Mi riservo, allora di riparlarne nei prossimi giorni, concentrandomi almeno sulle proposte che più mi sono restate in mente…e dico “proposte”, “opere” visto che ricordare i nomi è ancora impresa ardua. ;)

* Prendo a prestito il titolo di un’opera di Gao Yu: mi piace l’accostamento di questi due termini che portano a evocare, con il ricordo della mostra ancora fresco, le tante sfumature delle opere esposte e, ancora di più, la moltitudine delle proposte e dei linguaggi raccolti a Palazzo Reale