Which size? Petit please!
febbraio 24th, 2010 § Lascia un commento
Avere a che fare con un mondo che funziona a numeri e taglie (in genere sempre difficile trovare quella giuste!) è piacevole per una volta pensare che, volutamente, la regola diventa il “fuori scala” così che tutti, necessariamente diventate piccoli, sono costretti a vedere il mondo da un po’ più in basso.
A NY dove tutto può succedere, capita che uno dei più alti (e grossi….) giocatori della storia dell’NBA si possa dilettare a curare una mostra e…ci riesca pure in modo più che discreto. Ora, non siamo più nell’epoca dello stupore ingenuo e quindi molto probabilmente Shaquille O’Neal – che firma “Size DOES matter” alla The Flag Art Foundation, non ha dettato da solo le linee espositive (o forse si?), eppure, qualunque sia la verità, le scelte fatte sono divertenti e intrattengono.
Ragionando per assurdi e giocando con la misura, gli artisti selezionati introducono una possibile ri-valutazione delle proporzioni, della percezione e delle sensazioni legate a un punto di vista differente. Dalla mia statura diciamo…media mi capita di trovarmi a riflettere sul punto di vista delle cose e sulla precisa prosepttiva che mi trovo davanti agli occhi. Non si tratta tanto di una considerazione sul panorama di quando dall’alto guardo un qualsivoglia paesaggio, ma piuttosto di riflessioni sul come ciascuno abbia un personale “livello” di visione sugli oggetti e le prospettive di tutti i giorni, come quando, per esempio, salgo su una sedia per raggiungere lo scaffale più in alto o prendo la scala per togliere quella scatola sopra un mobile. L’iniziativa esposta nella Chelsea newyorkese nel distorcere le misure canoniche in un certo senso enfatizza questa semplice condizione: ingrandendo, si abbassano gli orizzonti e la visione che ne deriva.
L’azzeccata scelta del testimonial (chiamiamolo così) dell’evento che con i suoi 216 centimetri di altezza ha la prestanza per attrarre ancora più visitatori, va comunque a completare una lista di nomi famosi (nel mondo del contemporaneo in questo caso) che già a loro modo muovono le folle. La qualità della proposta sta allora, a mio avviso, da una parte nell’idea di confondere la percezione della misura, e dall’altra nella possibilità di avvicinare in una volta sola quella certa tendenza abbastanza chiara, anche se non effettivamente codificata, che ha pervaso alcuni degli artisti più noti dell’ultimo decennio, una sensazione di definizione dell’umano (proprio del corpo umano, se si vuole) che trova compimento nella grande dimensione. Anche se aleggia, sopra la leggerezza della insolita (perché ingigantita o distorta) proporzione spaziale proposta, una certa patina di rassegnazione alla realtà che, in fondo, nella sua dimensione è solo una convenzione, una specie di one-size-fit-all della misura d’uomo. Ma una dimensione, purtroppo, nella quale non ci si riconosce, non ci si muove con agio, non ci si sta insomma.
Significativa in questo senso l’opera del 2000 “Untitled (Big Man)” di Ron Mueck, (qui sotto dal sito alla Tate, su concessione di Anthony D’Offay e dell’artista) dove, spogliato da qualsiasi vestito, Big Man diventa emblema dell’uomo comune, turgido e vitale nelle membra, pervaso da quella sottile amarezza di chi per necessità si siede in un angolo non per nascondersi o ripararsi, ma quasi soprattutto come in attesa, malinconica e cosciente, di un altro spazio, un altro tempo, un altro luogo dove magari stirare le game.