See the Life. It’s a Moving Scenario
febbraio 27th, 2010 § Lascia un commento
Lo scorrere di un fiume (tra i più grandi del mondo) e la potenza di una cascata (tra le più imponenti del mondo) sono la linea di unione delle immagini alle pareti. Ma non sono né l’acqua, né gli elementi della natura a fare da protagonisti: primi e incontrastati characters della mostra di Alec Soth sono gli uomini, presenti magari solo come citazione.
Le immagini proposte alla Triennale di Milano mostrano purezza e lucidità di visione attraverso una tecnica fotografica pulita, essenziale dove il soggetto sembra ripreso come oltre un vetro che definisce il dettaglio, ogni dettaglio. Soth, coinvolto in prima persona nell’allestimento della sua personale milanese, allestisce una mostra di grandi formati dove dal singolo personaggio immortalato alla visione di paesaggio più ampia ogni elemento è precisissimo e costituisce l’affermazione della ricerca della verità: come impegnato in una ricerca documetnaristica, l’artista riproduce quello che si trova davanti agli occhi attraverso una riproduzione il più dettagliata e precisa che gli riesce.
Seguendo il racconto di Soth da Sleeping by the Missisipi a Niagara (le due serie in mostra) si attraversa un lungo percorso, una specie di vero e proprio reportage dove le circa 40 opere esposte spregiudicatamente sono pulite, immobili, precise – come dovrebbe esserlo le cronache per immagini. Apparentemente la mano che scatta non prende una posizione rispetto a quello che vede, eppure dalla scelta compositiva effettuata, alle pose dei personaggi, ai tagli scenici preferiti, il fotografo afferma la sua particolare visione e mostra un affetto e una predilezione non nascoste per i quei luoghi e quelle atmosfere.
Tutte le foto sono pervase di americanità, o ancora meglio, di quella America profonda (quella statisticamente geograficamente più estesa e numericamente nel complesso più popolosa) ferma, per come si mostra, ad un passato più glorioso dell’attuale, forse più rassicurante o semplicemente ancora non raggiunto in modo totalizzante dal contemporaneo (non ci sono mai nell’inquadratura, strumenti della tecnologia più recente, né vestiti alla moda, o elementi che visivamente segnalino il decennio appena terminato – le due serie sono datate comunque 2004 e 2006).
Il viaggio di Alec Soth allora si identifica proprio nell’attraversamento di uno spazio (enorme) più che nello scorrere del tempo. Che sia una scelta voluta perché, appunto, intenzionata a raccogliere e conservare i resti di un certo passato? Di una storia recente, in via di estinzione?
All’interno di questo percorso lungo le sterminate distese americane, necessita una nota particolare, a sé, la componente sentimentale. Se da un lato infatti le immagini sono testimonianza diretta del mondo visto dalla parte della fotocamera (e del fotografo che la aziona!), dall’altro, grazie a tutta la raccolta di lettere d’amore e messaggi sul tema “I dream…”, ci si rende conto di assistere allo spiegarsi di stralci di storie molto personali. A raccoglierle ci ha pensato Soth: accanto alle immagini delle donne/uomini che ne sono protagonisti, affianca gli scritti spesso a mano altre volte stampati che hanno messo nero su bianco. Non conta e non interessa più che questi prodotti siano artefatti o prodotti genuini, l’importante è la resa di un attaccamento, quasi un tributo all’oggetto del proprio affetto (per Soth la “sua America”, per i suoi personaggi può trattarsi di un sogno di vita, di un amore nuovo, o di una speranza per il mondo intero).